Pubblicato da Andrea Sisti il 19 Settembre 2011 in Musica

Incontri musicali: dai Barrock a Concerto Grosso 2009. A colloquio con Valter Poles, tra passato e presente

Chi ricorda i friulani Barrock? In tanti, spero. Ormai due decadi fa solcarono il cielo del prog tricolore con una raffinata e splendida terna di lavori, tra suoni barocchi e ricerca medievale, unici nel loro genere e sorretti da grandi svolgimenti strumentali alternati a soluzioni vocali di impronta colta. Nel 1991, per la giapponese Moon Witch, uscì il debutto su compact L’alchimista, seguito da Oxian (pubblicato in Olanda dalla defunta SI Music nel 1995) e da La strega (editato dalla nostra Mellow Records, nel 1999): tre album dotati ognuno di una propria individualità e molto difficili da ingabbiare con un’etichetta, sospesi tra progressive sinfonico, musica elettronica ed armonie rinascimentali, pervasi da un gusto molto personale ed intelligente nel rivisitare arie medieval-operistiche con suoni moderni, potenti e ottimamente registrati. Ciascuna di quelle tre realizzazioni rappresentò sotto diversi aspetti una tappa all’interno di un più complesso e compiuto percorso artistico, capace di racchiudere in una triade di notevole bellezza e di elegante perfezione estetica una gran varietà di temi: incursioni vagamente hard (in particolare nei duetti chitarra-tastiere), aperture avanguardistiche, slanci epici, atmosfere quasi spaziali, momenti polifonici, tappeti ora sognanti ora energici e ritmati. Con L’alchimista, Oxian e La strega, aggiungendo qualcosa di nuovo ogni volta, i Barrock seppero creare architetture policromatiche in grado di sposare senza alcuna forzatura la componente emozionale e l’uso delle nuove tecnologie. Non fu cosa da poco, soprattutto pensando al fatto che somigliarono sempre e solo a se stessi. Mente del progetto, tastierista e chitarrista italiano tra i più preparati, era Valter Poles, dotato di retaggio classico ed indiscutibile abilità tecnico-compositiva. Dopo essersi diplomato in Composizione e Musica corale, Poles ha insegnato Informatica musicale all’Università di Trieste per quattro anni ed è ora docente al Conservatorio di Udine. Ha pubblicato tre libri, quali L’elettronica al servizio del musicista. Registrazione in studio, amplificazione dal vivo, musica e computer (Udine, Pizzicato, 1989), La composizione nella musica leggera. Scrivere una canzone, la scrittura pianistica, l’esame SIAE come melodista o compositore, come partecipare ad un festival (Ancona, Berben, 1990) e un Piccolo dizionario di informatica musicale. Per l’uso del software di notazione (Udine, Pizzicato, 1991), stampati appena prima di iniziare, su CD, l’avventura dei Barrock. Sempre nel 1989, utilizzando e l’elaboratore e la composizione assistita dal PC, ha partecipato al Festival Internazionale Exposure, rappresentando l’Italia insieme ai veneti Asgard. Tra il 1991 e il 1992 è stato inoltre insegnante al I ed al II Festival Pedagogico Internazionale di Pordenone, la sua città natale. Oltre a concerti, arrangiamenti e trascrizioni, ha scritto numerosissimi contributi specialistici dal 1989 al 2008, collaborando con riviste come Strumenti musicali, Computer Music e Midi Songs. Più di recente, Poles è tornato a incidere, realizzando per la S. Marco Records il bellissimo DVD live dal titolo Concerto Grosso per coro, orchestra e gruppo rock. Con lui, per l’occasione, l’Orchestra e Coro San Marco di Pordenone ed il Friuli Venezia Giulia Gospel Choir. Tra l’altro, è quanto meno da notare che i New Trolls hanno poi scelto la sua orchestra, per registrare, dal vivo, a Trieste, il loro terzo Concerto Grosso. Un risvolto ragguardevole, che è tornato a proiettare il nome di Valter Poles sulla scena progressiva italiana, restituendo all’attenzione del pubblico più colto il talento di un musicista che in realtà non si è mai fermato, serio e coerente. Ne abbiamo avuto conferma intrattenendoci a discorrere con lui, profittando della disponibilità sua per realizzare l’intervista che segue. Poles aveva, in effetti, tantissime cose da raccontare. Per coloro che volessero, poi, approfondire e saperne di più su di lui, c’è il sito www.valterpoles.it. Oltre ai tre masterpieces dei Barrock, ovviamente (l’ultimo dei quali ancora disponibile in commercio) al doppio CD + DVD di cui è detto. Esso documenta la data del 24 agosto 2005: un mirabile ed originale incontro di rock e musica classica. La band dialoga con l’orchestra sinfonica, integrandosi alla perfezione con essa. Poles ha curato arrangiamenti e orchestrazioni, il tastierista Rudy Fantin e il direttore Tiziano Forcolin le trascrizioni. L’effetto è grandioso in termini di ritmi e colori, bellissimo anche visivamente. Abbiamo evergreen del musical (Hair e Jesus Christ Superstar), medley dei Pink Floyd e dei Deep Purple, la celestiale Bohemian Rhapsody dei Queen, una Final Countdown dalle coloriture cinematografiche. Nell’esecuzione di Highway Star, l’assolo che fu di Blackmore viene improvvisato in chiave jazz al sax dal clarinettista, con gli orchestrali (dalla sezione archi agli ottoni, al coro) che partecipano e si divertono visibilmente. Ha ragione chi ha detto che la musica è una e le etichette solo appianamenti di comodo. Anche per questo occorre dire grazie a Poles, fin dai primissimi anni Novanta uno dei promotori della rinascita del progressive in Italia.

Valter, la pubblicazione del DVD live che documenta Concerto Grosso e l’ispirazione che ne hanno tratto i New Trolls per il loro The Seven Seasons deve essere stata una bellissima soddisfazione…

È stata un’impresa titanica: se pensi che sono coinvolti oltre 100 musicisti sul palco, in pratica l’ensemble più grande che si possa utilizzare: Orchestra sinfonica, coro lirico, gruppo rock e solisti. Tutti amplificati. L’idea di partenza è stata mia, ma l’unico ad accoglierla e a realizzarla, con un coraggio fuori del comune, è stato il M° Tiziano Forcolin, già direttore dell’Orchestra e Coro S. Marco. Purtroppo il Maestro è mancato proprio lo scorso gennaio 2010. A suo tempo avevo fatto la proposta a molti direttori della mia zona, ma parlare di amplificazione, spazi enormi, spese…  lasciava tutti molto perplessi. In realtà, nel 2003, avevo già scritto il mio Concerto Grosso sulla falsariga di quelli dei New Trolls e realizzato per la prima volta, in una scuola media di Pordenone, con la collaborazione del M° Alberto Pollesel. Io avevo portato i ragazzini rockettari e lui la sua orchestrina d’archi di giovani studenti. È funzionato bene. Quando ho proposto la cosa a Forcolin, questi ha pensato subito di realizzare anche gli altri due concerti grossi dei New Trolls ed eseguire il tutto in un grande concerto di rock sinfonico. Si è subito messo all’opera trascrivendo nota per nota tutte le parti principali ed i soli dai dischi dei New Trolls (non esistono partiture d’orchestra originali, tutto è andato perduto) ed io mi sono occupato di arrangiare e preparare la partitura generale, con l’obiettivo della massima fedeltà ai dischi originali, anche se, a differenza dei New Trolls, che disponevano solo degli archi, noi potevamo usare un’intera orchestra sinfonica, completa anche di legni, ottoni e percussioni. La prima edizione, ripresa da un’emittente locale, ha avuto subito una grossa eco, con un entusiasmo di pubblico che ha convinto istituzioni ed autorità a continuare la manifestazione. È diventata una ricorrenza fissa: dal 2004 è stata riproposta ogni anno con repertorio sempre nuovo, fino all’ultima edizione dell’estate 2009. Nel 2005 è stato realizzato il DVD dal vivo, dove il mio concerto grosso apre la serata, seguito dai primi due dei New Trolls e da altri famosi brani rock. Quando ho spedito il DVD e le partiture a Vittorio De Scalzi, mi ha ringraziato, confessando che moltissimi fans gli chiedevano le partiture dei Concerti Grossi, ma queste erano andate perdute negli anni e, finalmente, ora può offrire le nostre. Poi, ha scelto proprio la nostra orchestra per incidere dal vivo a Trieste il loro 3° Concerto Grosso. La nostra manifestazione, negli anni, si è ingigantita, soprattutto grazie al coraggio, alla competenza ed alla determinazione del direttivo dell’Orchestra e Coro S. Marco di Pordenone, che si sempre fatto carico di tutto ciò che serviva, per uno spettacolo di grandissima qualità e dalla maestosità unica. Si è arrivati a riproporla ben undici volte (siamo stati ospiti due volte al Conservatorio di Padova ed una volta anche a Torino) e con repertorio sempre rinnovato: pensa a titoli come Quadri ad un’esposizione, Mater Tenebrarum e Jerusalem degli EL&P, Firth of Fifth dei Genesis, il Dies Irae di Verdi nella versione degli Symphony X, Traccia I del BMS, È festa ed Impressioni di settembre della PFM, fino all’ultima edizione del 2009, dove mi è stato chiesto di orchestrare anche Re Artù e Guerra dei Barrock.

Verrebbe da dire ‘ben ritrovato’, ma ho l’impressione che, perlomeno a livello di esibizioni, tu non abbia affatto smesso…

A cinquanta anni suonati, cerco di limitare il più possibile le mie esibizioni sul palco, a parte il DVD che mi vede in scena alla chitarra nell’eseguire il mio concerto grosso, insieme a mio figlio Giuliano alla batteria, che all’epoca aveva quattordici anni. Cerco di lasciar spazio ai giovani: volevo che provasse l’esperienza di suonare con una vera orchestra: ci sono dinamiche, silenzi, rispetto delle persone e dei ruoli e responsabilità di rilievo, che solo un’esperienza del genere tempra veramente un musicista. Un batterista in orchestra non può suonare troppo piano per non dare l’impressione di un’esecuzione fiacca e non può nemmeno pestare e coprire gli archi, che si arrabbiano subito da matti; deve sapersi misurare colpo dopo colpo, ed essere un traino sicuro ed efficace per tutti. È andata bene ed è sempre stato confermato dal Direttivo, per tutte le edizioni di Concerto Grosso.

Ora un veloce e doveroso sguardo indietro. Al tempo dei Barrock, la scena prog del Nord-Est italiano era assai florida e vitale. Fra Treviso e Padova erano presenti Marathon, Top Left Corner, Spleen, Asgard, Black Jester ed Helreid; nell’area di Udine – oltre a voi – i metal-progsters Last Warning, Garden Wall, questi ultimi ancora attivi, come i Quasar Lux Symphoniae (forse i più vicini ai Barrock, per l’impostazione da opera rock), senza dimenticare i giuliani Madsword. Tutti gruppi che suonavano un eccellente rock romantico, talora più hard, talaltra più dark. Cosa ricordi e, secondo te, che cosa rimane oggi di quei giorni e di quel movimento?

C’è sempre quel pizzico di nostalgia per tempi dove la creatività e la voglia di dire cose nuove era forte. Oggi il mercato detta leggi più che mai, adesso con la scusa della crisi gli spazi si assottigliano ancora di più, ma la voglia di buona musica rimane, anche se nascosta ai margini.

A fine estate del 1992 vi esibiste insieme a Galahad e Asgard al Gothic Gathering di Tramonti. Cosa rammenti di quella serata?

Momenti irripetibili: abbiamo scoperto di avere fan da tutta Italia, venuti lì apposta, quando a Pordenone, nonostante i diversi concerti, nessuno ci filava…  Da poco mi hanno anche passato la video-ripresa del nostro concerto… mamma mia!… Tanti capelli neri fa!

Quesito inevitabile, figlio del rimpianto e della nostalgia: non ci sono speranze per una rinascita artistica dei Barrock?

I Barrock non si sono mai divisi, anzi ogni tanto ricalcano il palco anche se in versione rimaneggiata: perse per strada le voci femminili a favore delle singole carriere professionali, rimane la formazione strumentale originale. L’età avanza, ma, a volte, dobbiamo proprio accettare inviti che non si possono rifiutare, come rassegne prog, festival locali, ecc. Qualche volta, Maurizio, il batterista storico della formazione, delega mio figlio Giuliano (che ora ha diciannove anni) a sostituirlo, quando non può partecipare a causa degli impegni di lavoro (lui è titolare del negozio di Strumenti Musicali MP Musica di Pordenone). È stato proprio Maurizio a far scattare in mio figlio la voglia di imparare la batteria, fin da quando, piccolino, assisteva curioso alle prove dei Barrock… Diciamo che i Barrock potrebbero ripartire in qualsiasi momento, se solo ne venisse incentivata la produzione.

In ogni caso, quanto è stata importante l’esperienza Barrock per essere quello che sei oggi?

Io sono oggi quello che sono sempre stato: l’esperienza con i Barrock mi ha permesso, a vent’anni, di infondere le mie conoscenze accademiche su una formazione sostanzialmente rock di musicisti di alto livello, che non si sono mai spaventati all’idea di perdere mesi di lavoro pur di padroneggiare un brano nuovo e complesso; anzi diventava ogni volta una sfida da vincere. Oggi le scuole mi chiedono invece di fare il contrario: portare nell’accademia le sonorità del rock. Molte scuole di musica mi chiedono orchestrazioni ed arrangiamenti di brani rock famosi, per gli ensemble sinfonici e tradizionali.

Tu hai sempre mostrato una cura straordinaria nelle soluzioni timbriche e nella costruzione dei paesaggi sonori attraverso i sintetizzatori. Si può certo immaginare che tu abbia impiegato moltissimi modelli e marche di tastiere. A tuo parere, quali sono le principali differenze tra una tastiera Roland rispetto a una Korg o a una Yamaha? Inoltre, cosa ti guida di volta in volta nella scelta?

Ognuna ha un proprio colore timbrico di fondo, l’ideale è avere sul palco marche diverse. Una volta prediligevo la Roland e ne usavo due contemporaneamente. Quando ho mescolato le marche la pasta timbrica è cresciuta. Poi, sai, molto conta il modello ed il prezzo…

In linea generale, che cosa chiedi personalmente a un synth?

Di avere un suono che mi ispiri… perdo ore a provarne le sonorità. Ormai siamo arrivati al punto di portare a casa una tastiera nuova con più di secento suoni e ridursi a perdere giornate intere solo per passare in rassegna le diverse timbriche. Non parliamo poi del parco dei Virtual synth… È una vera giungla. Alla fine devi fermarti e accontentarti di quel suono che al momento, tra le valangate di possibilità, ti sembra il migliore.

In ambito progressivo, sei stato tra i non tantissimi tastieristi a coniugare rock sinfonico di derivazione classica e ricerca elettronica, prog barocco e campionamenti ottenuti con le più evolute attrezzature, dimostrando che i due ambiti possono benissimo coesistere. Eppure, molti tuoi colleghi, ancora oggi, tendono o a suonare progressive sinfonico o a fare elettronica, mantenendo rigidamente separate le due cose. Quale è la tua posizione in merito? Sei d’accordo se dico che una maggiore interazione reciproca allargherebbe gli orizzonti di approcci musicali che altrimenti si ripiegano troppo spesso nell’auto-indulgenza? Un matrimonio attento di pomp rock ed elettronica dove potrebbe portare?

Certo che sono d’accordo! O forse si teme per le vendite? Io ho sempre cercato le fusioni dei linguaggi ma credo che alcuni produttori possano storcere il naso… diffidenti. Pensa che già alla mia prima lezione in Conservatorio, mi è stato subito proibito di fondere stili e linguaggi differenti. Una volta uscito con il diploma in tasca, ho ricominciato a trasgredire le regole, come e più di prima! Coniugare invece il rock con la musica sinfonica (eseguita dal vivo) richiede sempre grossi finanziamenti e la competenza tecnica specifica. Muovere un’orchestra di professionisti costa parecchie migliaia di euro… e quando questi si trovano, bisogna, in poco tempo, realizzare le partiture SU MISURA! Hai idea di quanto tempo si impiega ad arrangiare un brano rock per orchestra sinfonica, tipo Firth of Fifth dei Genesis? Almeno quindici giorni di duro lavoro. La cosa si può affrontare, quando c’è già il preventivo OK per il suo finanziamento, ma questo, di solito, arriva tardi e, quindi, tutto diventa ogni volta sempre estremamente complesso da realizzare.

I veri simboli del rock progressivo, a ogni latitudine, sono a detta di quasi tutti l’hammond, il mellotron ed il moog. Cosa hanno significato per te?

Emozioni forti! Il mellotron in particolare, quando imitava il coro… adoravo i Genesis! Ma chi mi ha costretto a dare una svolta alla mia vita di musicista è stato Baffo Banfi del Biglietto per l’inferno! Ho avuto il privilegio di vederlo due volte in concerto a Pordenone negli anni ‘70, con il Biglietto, e devo dire che era una potenza disumana: faceva urlare il Moog come nessuno. Mi ricordo ancora l’emozionantissima Per quelli che… una sorta di monologo di Claudio Canali che denunciava una serie di soprusi sui deboli e Baffo che li commentava al Minimoog collegato ad un ECO Binson, in una valangata di effetti devastanti… poi piano faceva ritornare il silenzio e ripartiva il monologo di denuncia. Unico ed indimenticabile!

A livello di possibilità espressive, cosa preferisci tra pianoforte, organo e sintetizzatore?

Tutti e tre! Non sono intercambiabili: quando serve un Hammond non lo puoi sostituire con un pianoforte…  già con un synth, ti puoi accontentare solo se il campione è buono e la simulazione del leslie è credibile… ma se non hai i drawbars sotto mano, è dura… Pensa che, per anni, usavo un clone dell’Hammond, per simulare l’organo a canne nelle chiese, quando non c’era. I drawbars per me erano come un equalizzatore… poi venivano tutti a cercare dove erano nascoste le canne…

Sul versante invece delle chitarre, quanto si può affermare che la nuova strumentazione via via sviluppatasi abbia influito sugli sviluppi del progressive? Riguardo alla crescita della tua personale tecnica chitarristica, cosa ha pesato di più e oggi quali eroi della chitarra prediligi?

C’è stato un periodo negli anni ‘80 in cui suonare la chitarra rock nel progressive voleva dire assomigliare per forza a Steve Hackett… ma perché? Io ho adorato fin da subito l’esuberanza di Van Halen, di Malmsteen, di Steve Vai, Joe Satriani… hanno portato insieme al virtuosismo (che oggettivamente latitava nel chitarrista prog) una ventata di novità nel modo di suonare la chitarra. Negli anni ‘70 adoravo l’espressività di Blackmore, ma l’ho vista pian piano sfumare, più passavano gli anni… non si è mai rinnovato come tecnica chitarristica. Chi invece ha fatto un enorme salto di qualità è il versatile chitarrista dei Jethro Tull, Barre, che ancora oggi accompagna Ian Anderson sui palchi (l’assolo originale di Aqualung nel ‘71 era tecnicamente un tantino imbarazzante…).

So che è forse una domanda banale, ma chi sono i tuoi artisti e naturalmente keyboards wizards preferiti?

Adoro Emerson, ma ho sentito brutte voci sul fatto che ritorni o meno sul palco… e adoro Vittorio Nocenzi, personaggi grandissimi e colti, ci sono infinite cose da imparare da loro…

Cosa ascolti oggi? Cosa resta da amare, secondo te, per un audiofilo vero?

Ascolto moltissimo i Dream Theater, i Nightwish, mi piacciono anche i triestini Rhapsody, tutta gente che comunque lavora a livelli altissimi; ogni tanto, però, almeno una volta all’anno, devo terapeuticamente rifare qualche seduta di ascolto di Banco, Pfm, Orme…

Rispetto a dieci-quindici anni fa circa ritieni sia cambiato qualcosa nell’industria discografica italiana? Si può essere ottimisti?

Ho paura di no, sento dire che chiudono sempre più studi di registrazione …  e le etichette coraggiose sono sempre meno … mah!

Valter, secondo te quanto può rivelarsi importante – specie per chi suona progressive rock – studiare? Intendo non solamente la teoria e la tecnica musicale, ma anche la storia della musica…

È fondamentale! Non sopporto proprio quelle tesi di chi sostiene “…ah… io sono un talento naturale… non ho bisogno di studiare io…”. Assurdo! La preparazione tecnica è fondamentale: primo, per sapere esattamente in che modo realizzare ciò che hai in testa; secondo, perché solo conoscendo le tecniche del passato puoi affrontare quelle più moderne e contemporanee, senza il rischio di ricalcare formule già viste… e anche qui ci sono moltissimi imbrogli! Quanta gente si spaccia per compositori contemporanei solo perché si dedica a produzioni secondo il banale criterio, “…fàmolo strano….!”

I temi, i titoli ed i testi dei tre album da te realizzati con i Barrock erano di argomento mistico-esoterico, o riferiti alla storia (non soltanto musicale) del XVII secolo. Questo genere di riferimenti culturali ha spesso abitato l’universo del rock, innestandosi sovente nella tradizione hard e prog. Ti interessi ancora di quelle tematiche? Cosa pensi, più in generale, dei legami tra musica e scienze occulte (nel senso ovviamente più nobile e positivo del termine), che in un passato ancora recente suscitò non poche polemiche?

Non mi sono mai posto il problema… A vent’anni scrivevo quello che vivevo, le emozioni che sentivo. Oggi è diverso. Delle scienze occulte so ben poco e credo che le leggende che ruotano intorno alla genesi di certi dischi siano un espediente più commerciale che reale.

Rock sinfonico e sentimento: un connubio impossibile per i detrattori, anche se i gruppi dell’Italia nordorientale lo materializzarono negli anni Novanta a più (ed ottimi) livelli. Secondo te è possibile un autentico scambio emotivo tra artista prog ed ascoltatore? A tuo avviso, come scongiurare una freddezza per molti inevitabile e come far incontrare cuore e ragione?

È solo un problema culturale: se cresci un ragazzino facendogli ascoltare solo spazzatura, troverà tutto il resto perlomeno strano e comunque ne rimarrà lontano e diffidente. Se però un po’ alla volta lo si educa alla musica di valore, facendogli notare le differenze e le ricchezze, aprirà il suo modo di pensare. A volte, a scuola, mi capita di spiegare De Andrè e la sua Buona Novella a ragazzi di terza media e vederli poi commuoversi ascoltando solo una voce ed una chitarra, abituati com’erano ad infilarsi spazzatura sulle orecchie, dall’ipod. È possibile uno scambio emotivo, anche intensissimo, tra artista prog ed ascoltatore. Il problema è che non sempre può accadere e, quando avviene, succede per una serie imprevedibile di casi tipo: ambiente comodo e gradevole, pubblico in sala disteso e sereno, funzionamento tecnico dell’attrezzatura impeccabile, buona acustica e serenità dell’artista, in piena forma psico-fisica. Allora, quando parte lo spettacolo scatta quel quid, che incanta tutti, anche se la musica è estremamente complessa e dal linguaggio difficile! Basta invece qualcosa di storto che disturbi pubblico o artista, o peggio tutti e due, e questo non avviene più. Nonostante la qualità della musica. La stessa musica, gli stessi artisti una sera possono incantare, la sera dopo deludere….

19) Cosa ha comportato, a tuo parere, il passaggio dall’analogico al digitale? Ci sono state conseguenze anche sul piano culturale e sociale?

Dopo la qualità, il vantaggio principale è la flessibilità e la comodità del lavoro. Ai tempi dell’analogico, però, bisognava per forza saper suonare e cantare. Oggi si possono correggere facilmente errori ed imprecisioni, quella volta molto meno, bisognava ripetere la registrazione. Il lato negativo è che troppi musicisti mediocri possono oggi accedere facilmente ad una produzione dignitosa facendosi supportare dalle macchine, già in casa propria. Molta discografia approfitta di questo. Ma il musicista dotato e preparato è sempre un’altra cosa. Le idee nuove sono la ricchezza più grande e non sempre i rifacimenti e le nuove re-incisioni digitali delle opere del passato, migliorano o portano alla stessa potenzialità espressiva di quelle dell’epoca. Pensa al Darwin del ’71 e al suo rifacimento vent’anni dopo… lo spessore culturale rimane, l’incanto espressivo un po’ meno… non percepisco più, nella nuova edizione, quella sanguigna convinzione delle origini.

Tuoi progetti futuri?

Sto tramando di realizzare un gruppo mescolando una formazione di musica medievale con strumenti antichi, insieme ai sintetizzatori e all’elettronica… però con musiche originali, cioè mescolando proprio due mondi che si trovano esattamente all’opposto…. vedremo!

Un’idea fantastica e suggestiva, davvero nuova. Da parte nostra, non possiamo che sperare si concretizzi. Come non possiamo che sperare in un ritorno su CD dei Barrock. Allora bentornato, Valter. Grazie e in bocca al lupo per tutto.

Grazie a te!

Intervista a cura di Davide Arecco