Pubblicato da Redazione Lettere e Arti il 5 Settembre 2009 in Fotografia

Liberare la bellezza. Fotografia e senso dell’abitare in un’indagine visiva sulla periferia genovese

Andrea Lume intervista Elisabetta Goggi

Bellezza imprigionata (Genova, Liberodiscrivere edizioni, 2009) è un libro fotografico che vuole indagare visivamente sugli spazi urbani della periferia genovese. L’idea è stata di Giacomo Ricciuti. «Spettatore – come dall’introduzione al testo – di qualcosa che non va da troppo tempo, che vede i suoi amministrati sempre più deboli e sempre meno ascoltati? Interi quartieri scivolano silenziosamente nel degrado?». A queste domande l’autore, con il prezioso aiuto delle due fotografe Diana Lapin ed Elisabetta Goggi, ha voluto “muovere incontro”, fornendo ai lettori il “veicolo visivo” per una risposta soggettiva, dettata da suggestive immagini. Elisabetta Goggi, fotografa, come ricordato, insieme a Diana Lapin per la realizzazione di questo volume, ci ha voluto concedere un’intervista piacevole e interessante, intellettualmente creativa.

Perché questo libro?
Osservando e riguardando edifici significativi della periferia urbana genovese ci siamo resi conto che queste strutture sono potenzialmente “luoghi ad architettura ricercata”, ma sono spesso costruiti con materiali non certo adeguati. Coloro che vi abitano cercano di “averne cura”, di viverli nel miglior modo possibile ed il loro sforzo è lodevole.

Queste fotografie, questa luce. Quale il significato?
Per quel che riguarda la mia personale visione della fotografia, mi piace creare delle prospettive insolite, delle fughe prospettiche. Ad esempio nelle foto a conclusione del volume si ha un’immagine del condominio detto delle “Lavatrici” (alture di Genova Prà). Fotografata dall’interno si vede chiaramente come questa struttura architettonica presenti un oblò, il quale incornicia e racchiude la natura circostante. Il cemento circonda un paesaggio tipicamente ligure, un cerchio perfetto che porta a superare ogni eventuale impressione negativa agli occhi di chi guarda. La metafisica e pitagorica… perfezione del cerchio. In più foto, inoltre, si manifesta una sorta di “quinta”, di spazio che chiude. Esso occupa buona parte della fotografia, permettendo un punto di fuga, un “varco” verso uno spazio che è “altro”, solitamente illuminato. L’illuminazione sta ad esaltare questo “fuggire” verso la luce.

Quali caratteristiche sono state evidenziate nelle strutture delle case fotografate?
Molti edifici sono stati progettati e studiati in maniera funzionale per chi doveva abitarli, però qualcosa non ha funzionato: probabilmente a causa dei materiali sono avvenuti deterioramenti e inadeguatezze. Presso le già citate “Lavatrici” è stata fotografata una scala esteticamente molto, molto bella, ma in questo caso assai poco funzionale: infatti essa è completamente esterna e tutte le persone sono comunque obbligate ad uscire. Inoltre è molto ripida e senza il corrimano. Io sono andata in quel luogo un giorno in cui nevicava, l’ascensore era rotto e ho potuto di persona constatare la difficoltà e il disagio dei condomini. La sensazione era quella di essere “imprigionati dallo spazio”, soffocati da quella stessa struttura architettonica che dovrebbe ospitarli al meglio.

Hai avuto, per concludere, qualche riferimento culturale, cinematografico?
Molti riferimenti mi verrebbero alla mente, ma appartengono decisamente alle libere associazioni dell’inconscio. Una curiosità: l’altro giorno rileggevo Marcovaldo di Calvino e molte analogie mi tornavano alla mente riguardanti il rapporto fra natura e paesaggio costruito. Mi ha particolarmente colpito il brano in cui il protagonista si reca a dormire fuori, per trovare la sospirata quiete, ma non riesce ad ottenere, per vari e rocamboleschi motivi, il meritato riposo. Per me è sempre stato importantissimo, per tornare alla mia concezione del “messaggio fotografico”, lo studio della prospettiva rinascimentale. Non è certo una casualità che la mia formazione culturale ed il mio amore per l’arte debbano molto a figure come Brunelleschi, Paolo Uccello e Piero della Francesca.

Dal cerchio perfetto che si apre sulla natura ligure fotografato in via Elio Vittorini, alle scritte sui muri, sfondo oscuro e inquietante, mentre una strada laterale porta verso la luce, in antitesi e liberatoria, in via della Benedicta. Quando la fotografia non vuole essere soltanto arte apollinea e ricerca estetica, ma sa condurre a riflessioni profonde. La periferia urbana ha bisogno di riflessioni, riconversioni, soluzioni. Questo volume riesce a condurre ad una presa di coscienza in merito. «Basta addentrarsi – scrive Antonello Cassan nell’Introduzione – nel libro… per capire il senso dell’abitare in questi spazi. Spazi che si possono identificare in tante città italiane ed europee».