Pubblicato da Redazione Lettere e Arti il 13 Agosto 2010 in Arte
Africa: un’altra idea di arte
Irene Borgna intervista l’antropologo Marco Aime
Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’università di Genova e scrittore, ha pubblicato di recente tre libri: La macchia della razza (Ponte alle Grazie), Il primo libro di antropologia e Una bella differenza (entrambi per Einaudi). Da oltre vent’anni conduce ricerche nell’Africa occidentale, in particolare nella fascia sub sahariana del Sahel. Gli antropologi, nella loro veste di ficcanaso giramondo per mestiere, si interessano da sempre di quelle espressioni creative, quasi sempre evidenti e piacevoli da ammirare, che ogni cultura elabora e che vengono per lo più rubricate sotto la voce “arteâ€. Ma quello di arte, come tutti i concetti con una lunga storia fatta di interpretazioni molteplici e sovrapposte, è un concetto plastico e sfuggente, difficile da maneggiare: nato in seno al pensiero occidentale ha cambiato nel tempo estensione e intensione. Che cosa è arte e quali e quante caratteristiche deve possedere un oggetto per essere definito artistico? Le prime definizioni e classificazioni dell’operare artistico risalgono a Platone e Aristotele, per i quali l’arte e l’artigianato in certa misura coincidevano, poiché l’arte era definita come una disposizione creativa accompagnata da ragione in vista di un fine. Nel Medioevo l’arte è ancora una virtus operativa, un produrre mirato che non ha niente a che vedere con l’espressione del sentimento o col genio dell’artista. È solo in età moderna, infatti, che si afferma l’importanza della personalità e del talento dell’autore e che l’arte è esplicitamente messa in relazione con la bellezza e il diletto. Arte e tecnica divorziano nel Settecento e ricominciano a frequentarsi nel XX secolo, quando le avanguardie prima e gli artisti contemporanei poi sperimentano nuovi mezzi d’espressione e spingono fino alle estreme conseguenze il concetto di arte: una latta di escrementi d’artista, una serigrafia riproducibile all’infinito, un bianconero di Man Ray, un film d’autore o un progetto di Renzo Piano sono altrettante carte gettate sul tavolo di una partita che si fa sempre più infuocata fra produttori, fruitori e critici dell’arte. Sono i critici e il mercato a fare l’arte? Oppure sono le teche dei musei a possedere il magico potere di trasformare il loro contenuto – quale che sia – in opera d’arte? Ancora, l’arte è specchio della società , suo elemento critico potenzialmente eversivo, strumento d’educazione delle masse o semplice espressione di sublime inutilità ? Tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del secolo scorso, le prime esposizioni europee e americane di maschere, sculture e manufatti africani costringono il concetto di arte a ulteriori revisioni…
Che cosa lega il discobolo di Mirone, la Gioconda, l’orinatoio di Duchamp, la Business Art di Warhol e una maschera Dogon? Se si tratta di somiglianze di famiglia, è quanto meno una famiglia stratificata su più generazioni, allargata e poligamica…
Direi che a tenerli insieme è la nostra concezione di arte, che ingloba espressioni quanto mai diverse tra di loro, che in comune hanno forse solo la funzione di creare emozioni e appagare il nostro gusto del bello. Esattamente come diceva Wittgenstein a proposito dei giochi, le diverse forme artistiche danno vita, nella cultura occidentale, a una categoria specifica, perché noi le percepiamo come appartenenti alla stessa famiglia. Cosa che non accade necessariamente in altri contesti culturali, dove un danzatore e uno scultore non vengono percepiti come facenti parte della stessa categoria di “artistiâ€.
Le esposizioni d’arte africana sono per lo più realizzate all’interno di spazi “particolariâ€: musei dedicati, musei dell’uomo, di storia naturale, del mondo arabo, di arte naïf e non all’interno di musei d’arte tout court. Come a dire, tutte le opere d’arte sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre…
Questo era più vero in passato, da alcuni anni, per esempio, il Louvre ospita una sezione dedicata all’Art prémière, dove sono esposti oggetti africani, polinesiani e di altre parti di mondo. Ciò su cui invece occorre riflettere è quale operazione si compie nell’esporre in contesti destinati ad accogliere le opere d’arte come le concepiamo noi, manufatti creati su altri presupposti e con altre finalità . Se da un lato esporre una statua dogon al Louvre significa conferirle la stessa dignità di un Cézanne o di un Picasso, dall’altro rischiamo di piegare alla nostra idea di arte ciò che è nato da un’idea diversa.
Nel 1936 Walter Benjamin si poneva il problema dell’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Oggi si pone il problema dell’arte nell’età della sua riproducibilità turistica: i manufatti prodotti appositamente per gli stranieri sono arte, artigianato o che altro ancora?
La riflessione di Benjamin nasceva dalla comparsa delle nuove tecnologie (fotografia, cinema, ecc.) e dal concetto occidentale dell’unicità dell’opera. Concetto non condiviso da altre culture, per le quali la riproduzione di uno stesso pezzo non costituiva un problema. La differenza introdotta dalla nascita di un mercato turistico è piuttosto la serialità su grande scala. Si producono oggetti non più per scopi rituali, ma per essere venduti e li si fa in quantità , tutti uguali, spesso inseguendo i gusti dei turisti, che sono legati a un loro immaginario e che pertanto finiscono per congelare la creatività degli artigiani.
Secondo la classificazione dell’UNESCO ci sono arti che si possono toccare (come la pittura e la scultura) e altre intangibili (come il canto, la danza e la poesia), ugualmente degne di tutela. Per proteggere un dipinto è sufficiente un vetro spesso, la luce adatta e un tasso d’umidità controllato, ma come salvaguardare qualcosa di mobile e immateriale come il canto dei tenores sardi o la raffinata cultura poetica dei tuareg del Sahara?
Anche in questo caso ci sono le due facce della medaglia: che un’istituzione come l’UNESCO si occupi di patrimonio immateriale è sicuramente una svolta culturale, che significa l’uscita dall’etnocentrismo occidentale. Peraltro, una cosa è tutelare monumenti o manufatti, affinché conservino la loro dimensione e la loro qualità originali; altro è conservare espressioni culturali non legate alla materia e pertanto soggette a muta-mento e innovazione come la musica, la danza e le tradizioni orali. Si tratta di performance la cui sostanza sta proprio nella loro mutevolezza e nella loro adattabilità a nuovi contesti. Congelarle per conservarle, significa decretarne la fine.
Fotografie di Marco Aime



