Pubblicato da Redazione Lettere e Arti il 14 Agosto 2010 in Musica

Rumori futuristi

Chi oggi ascolta elettronica e chi, in generale, ha familiarità con la moderna musica sperimentale prodotta da distorsori del suono e melodie angolari prese a prestito dalla matematica, forse non sa che tutto ciò ha avuto, al tempo delle avanguardie storiche, un suo misconosciuto precursore in Luigi Russolo, colui che – primo – fece del rumore un’arte. Pittore futurista vissuto a inizio Novecento, nel suo manifesto del 1913, L’Arte dei Rumori, Russolo dichiarò che la rivoluzione industriale aveva dato agli uomini moderni una maggiore capacità di apprezzare i suoni più complessi. Egli riteneva che la tradizionale musica melodica fosse riduttiva e prevedeva che, un giorno, sarebbe stata sostituita dal rumorismo musicale. Russolo progettò e costruì un nutrita serie di dispositivi generatori di rumore, chiamati da lui Intonarumori, assemblandoli poi in un’unica orchestra. Una performance del suo Gran Concerto Futuristico (1917) andò incontro a una forte e violenta disapprovazione da parte del pubblico, come Russolo stesso aveva, d’altra parte, previsto. Nessuno dei suoi dispositivi originali è sopravvissuto, tuttavia, di recente ne sono stati ricostruiti alcuni, che vengono utilizzati in presentazioni ed esposti in musei atti ad ospitare installazioni audio/video. Malgrado le opere di Russolo presentino solo una piccola similitudine con i lavori di musica noise moderna (Sonic Youth, White Out, Merzbow), esse rappresentano un’essenziale e importante tappa nell’evoluzione di questo genere. Il manifesto, oggi, è stato riscoperto dagli esponenti più colti dello sperimentalismo musicale, nonché da altri e nuovi movimenti di arte postmoderna che prediligono l’impiego di tecniche concettuali neo-dadaiste come montaggio casuale (cut-up), fotomontaggio, bricolage e stanziamento. Quello di Russolo era vero e proprio rumore bianco post-industriale. L’ingegnere italiano mirava a ri-processare il rumore, sino a emancipare le dissonanze tramite la tecnologia, raggiungendo effetti di espansione atonale. Musiche meta-narrative per oscuri ambienti industrializzati, ottenute attraverso tessiture stratiformi, minimali e ripetitive (proprio quando l’austriaco Arnold Schoenberg stava mettendo a punto la dodecafonia).
Ha lasciato scritto lo stesso Russolo che «all’inizio l’arte della musica ricercava purezza, limpidezza e dolcezza del suono. Successivamente, i diversi suoni sono stati amalgamati, assicurando che essi potevano, tuttavia, accarezzare l’orecchio con le dolci armonie. Oggi, la musica, in quanto diventa sempre più complicata, si sforza di amalgamare i suoni più dissonanti, strani e duri. In questo modo si arriva sempre più vicini al suono-rumore». È quanto lui fece in laboratorio, autentico artista del rumore post-industriale. Con lui il suono puro si fece arte, al di là delle consuete categorie. I critici hanno sprecato le definizioni per questa estrema (in tutti i sensi) propaggine in musica della civiltà occidentale: cultura dell’amnesia, memorie dal crepuscolo e via discorrendo. Mediante il Futurismo musical-rumoristico, Luigi Russolo contribuì, all’alba del XX secolo, a mandare Venere in esilio.