Pubblicato da Andrea Sisti il 8 Marzo 2011 in Musica

Giuseppe Verdi esteta del Risorgimento

Nella generazione di compositori appena successivi al genio rossiniano, il giovane Verdi si presentò subito come animato da fervidi sentimenti patriottici, pienamente cosciente dei mutamenti politici e sociali che, nei decenni successivi, avrebbero portato all’unità d’Italia. Era ancora giovanissimo quando entrò a far parte dell’Accademia Filodrammatica del suo paese natale, Busseto, associazione fortemente pervasa da ideali patriottici. Con l’approssimarsi della tanto invocata unità nazionale, assieme alla compagna Giuseppina Stepponi, fu attivo promotore dell’annessione delle province parmensi al Regno di Sardegna e, nel 1861, sedette in parlamento a Torino, accanto a Giuseppe Manfredi, il grande patriota piacentino. Stretto fu il rapporto di reciproca stima che si intrecciò tra Verdi e Cavour, una vicinanza provata da fitti carteggi, come i contatti con Giuseppe Mazzini, incontrato per la prima volta a Londra per la rappresentazione de I Masnadieri nel 1847.
La rappresentazione del Nabucco alla Scala di Milano, nel 1842, è considerato come l’inizio del risorgimento musicale italiano. L’elemento patriottico è ricorrente e caro alla creatività verdiana. Esso si esprime attraverso le celebri pagine corali nelle quali, sotto la metafora degli avvenimenti storici evocati dal libretto, è sempre il popolo italiano che canta la sua volontà di riscossa contro l’oppressione e il suo sentimento di indomito orgoglio.
Non si può non ricordare, tra le tante pagine che ci ha regalato il genio verdiano, il coro “Patria oppressa” del Macbeth, opera rappresentata la prima volta a Firenze, nel 1847, dove, tra i lugubri rintocchi delle campane che suonano a morto, il popolo scozzese oppresso dal dominio straniero piange la propria misera condizione. Così come l’aria di Procida “Oh tu Palermo, terra adorata”, nell’opera I vespri siciliani, rappresentata con testo francese a Parigi nel 1855. Qui il patriota invoca la rivolta dei siciliani contro lo straniero chiamandoli alla vittoria ed al riscatto.
L’opera di Verdi è stata definita la Biblia pauperum dei patrioti ottocenteschi proprio perchè, attraverso il canale del melodramma, ossia la forma di spettacolo più amata dell’epoca, seppe dare voce ai sentimenti patriottici di nobili, borghesi, popolani che accorrevano alle rappresentazioni nei teatri di tutta Italia. Il genio musicale di Giuseppe Verdi ha accompagnato la nascita e la crescita dell’Italia come stato unitario e le sue opere funsero, dunque, da mantice che attizzò il fuoco risorgimentale riempiendolo di simboli e di bellezza.
Con Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II, Giuseppe Verdi è simbolo del risorgimento e la sua adesione agli ideali patriottici fu genuina e fervente, mantenendo sempre uno spirito popolare che lo fece amare dalla gente. L’ultimo suo gesto, ossia la donazione di gran parte dei suoi averi per la costruzione di Casa Verdi a Milano, come ricovero dei musicisti in pensione, dà la misura della grandezza dello spirito filantropico di Giuseppe Verdi.
Dopo una vita di successi, Verdi si spense nel 1901 e i suoi funerali furono grandiosi ed ebbero una partecipazione immensa, poiché immenso era l’amore degli italiani per questo loro grande connazionale ed ancora oggi, a più di un secolo di distanza, i titoli verdiani riempiono i teatri di pubblico. L’opera di Giuseppe Verdi è parte fondamentale della nostra cultura nazionale e come tale va preservata e divulgata, così come il teatro lirico in generale, in cui l’Italia è, e deve restare, una eccellenza a livello mondiale.

Gianmaria Patrone