Pubblicato da Andrea Sisti il 18 Maggio 2011 in Letteratura
Dante e la scienza: a proposito di alcune pubblicazioni recenti
William Blake morì leggendo Dante, desideroso anzi di apprendere – ormai tardi, troppo tardi – la lingua italiana al fine di potere leggere l’Alighieri in originale. Da secoli, d’altra parte, Dante ha suggestionato e suggestiona: una crestomazia plurale e pressoché inesauribile di studi ne ha riletto e declinato il messaggio nelle più diverse (e talora contrastanti) direzioni. Accanto alla costantemente puntuale produzione filologico-letteraria degli italianisti, solo nel corso dell’ultimo secolo e solo per restare in Italia, Dante è stato di volta in volta collegato con la setta segreta dei Fedeli d’Amore (da Luigi Valli, ipotesi interpretativa contestata ancora di recente da Franco Cardini), con il pitagorismo (Paolo Vinassa de Regny), con la Libera Muratoria operativa e l’arte regia degli alchimisti (Arturo Reghini, autore di un saggio su Dante e a Massoneria, uscito sulla «Rassegna massonica» nel 1921 e da riscoprire), in generale con le allegorie della tradizione ermetico-esoterica e con il simbolismo rosa-crociano (René Guénon), col ghibellinismo (secondo una linea di studi che va da Julius Evola a Giorgio Galli), con la logica e l’ontologia della cultura universitaria medievale (Paolo Aldo Rossi), con le scienze occulte ed il templarismo (Primo Contro). Tutte chiavi di lettura che hanno finito per allargare, persino di molto, la vecchia visuale prospettica che tendeva a fare di Dante un esponente sommo del tomismo duecentesco e, per quanto attiene alla scienza, della cosmologia aristotelico-tolemaica, in virtù del noto rapporto di corrispondenza tra le sfere celesti e le gerarchie angeliche; noto appunto, ma non certo univoco né così monolitico e totalizzante, ché in Dante risultano essere, del resto, molteplici le istanze spirituali di riferimento, sovente fuse entro un progetto sincretistico che, veramente e letteralmente, ha del miracoloso.
In effetti, i versi e le pagine immortali dell’Alighieri si impongono, ogni volta, come una sorta di miniera inesauribile, una gamma policromatica di significati cangianti e sempre nuovi. Manca, a quanto ci risulta, uno studio esauriente circa la presenza dantesca nel mondo intellettuale inglese, da Blake appunto (che riscrisse l’eredità del deismo e riformulò la teosofia swedenborghiana del XVIII secolo alla luce della Divina Commedia e della Vita nuova) sino a Thomas Stearns Eliot, senza qui dimenticare la dottrina newtoniana dei cicli cosmici e la letteratura sui viaggi extra-terrestri. In ogni caso, la messe delle ricerche continua a mostrarsi copiosa e densa di spunti originali. Appena uscito è ad esempio lo splendido libro di Francesco Bausi, Dante fra scienza e sapienza (Firenze, Olschki, 2009), incentrato unicamente sull’esegesi del Canto XII del Paradiso. Dall’Autore vengono isolati i due nuclei tematici fondamentali del Canto, ossia l’elogio di San Domenico e la presentazione dei sapienti della seconda ghirlanda, estendendo poi l’analisi all’intera compagine del Cielo del Sole, in maniera da ridefinire la peculiarità tanto scientifico-culturale quanto artistico-letteraria del poema, inquadrato all’interno del panorama intellettuale del Basso Evo, delle sue contraddizioni e del suo fascino. Bausi riesce a cogliere appieno la specificità della posizione epistemologica di Dante – che oltrepassa sia la scolastica sia il misticismo – in particolare nel momento in cui il poeta si appresta a vivere e affrontare la parte conclusiva del suo viaggio ultraterreno. Virgilio, si sa, non è già più con lui e al poeta resta nella terza cantica la guida salvifica della donna, l’amata Beatrice. Nel Canto XII Dante ascende al quarto cielo o cielo del Sole, dove si trova la seconda corona degli spiriti sapienti, tra cui San Bonaventura (vv. 1-30); abbiamo quindi il panegirico di San Domenico (vv. 31-105) che viene esaltato assieme a San Francesco, e una riflessione sulla decadenza del francescanesimo (vv. 106-126); ancora con gli spiriti della seconda corona, infine, si chiude il canto (vv. 127-145). Come sempre nel paesaggio umano del Paradiso, il lettore si trova di fronte a poesia dell’ineffabile. L’exul immeritus crea una realtà fantastica, in cui dottrina e poesia si mescolano nell’evocazione visionaria del gaudioso regno. Se la concezione circolare e teocentrica dell’universo resta di stampo tomistico, non mancano istanze platoniche, specie laddove Dante lascia trasparire la propria teoria dell’uomo e della storia. E poi quel titolo che, dato da Bausi all’intero libro, già dice tutto: nel canto XII – come, del resto, in ognuna delle tre cantiche, in particolare nel Paradiso – l’Alighieri si muove tra scienza e sapienza, ossia tra un sapere essenzialistico e metafisico, ontologico e profondamente unitario (la scientia dei medievali), che da forma di conoscenza mundana (per riprendere qui la terminologia di Boezio) si sa elevare sino alla contemplazione del Divino, e quella sapientia che è come un fiume di luce, da cui tutto deriva e a cui tutto ritorna. In Dante la scienza è ponte gettato verso l’eterno. Essa conduce alla sapienza, alla saggezza perenne che riposa sulle ginocchia di Dio, finendo – in ultima istanza – per coincidere con Lui stesso. È l’utopia del mondo testo di Dio, richiamata dallo stesso Bausi citando Maria Corti, all’inizio della Premessa: sogno ove tutto si tiene insieme, antidoto tanto per le sterminate terre dello scientismo odierno, quanto per il piatto anonimato della realtà di tutti i giorni. Bausi, tra l’analisi della Laus Dominici con cui principia il libro e le appendici (testuali e no) dell’ultima parte, riporta il lettore nel mondo di Dante e tra i sapienti del Paradiso. Puntuali chiose a specifici luoghi del canto corredano il suo lavoro d’interpretazione e commento. Si tratta in sintesi di una pubblicazione dotta e ammirevole, della quale davvero si avvertiva la necessità . Lo studio di Bausi vive di molteplici livelli di lettura, tra loro anche diversi, ma sempre complementari, in grado di squadernare prospettive nuove e stimolanti. Certo, molto dall’oggetto è passato, anche sul fronte stilistico e di scrittura, al soggetto, nel senso che l’amore partecipe per l’Alighieri vibra, pregnante e denso di echi, tra le pagine di Bausi. Lo si coglie nella dedica, nelle parole poste in epigrafe, nonché nello spirito che anima la ricerca e l’opera dell’Autore. Ricordandoci, una volta di più, l’immortalità del divinus poeta toscano e il suo ruolo di simbolo e diffusore della lingua e della cultura italiane. A questi aspetti fece riferimento, scrivendo a Jean Lescure il 12 di luglio 1954, Giuseppe Ungaretti. Il grande poeta italiano ricordava al suo principale traduttore francese che il professor André Pézard, del Collège de France, aveva da poco ultimato una traduzione della Vita nuova. Pézard, tra l’altro, era allora il presidente, come rammentato da Ungaretti nella sua missiva, della «Dante Alighieri», la Società accademico-letteraria fondata a Roma nel 1889, preposta, in nome appunto di Dante, a fare opera di diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo. La corrispondenza epistolare tra Ungaretti e Lescure ha visto di recente la luce (Carteggio, 1951-1966, Firenze, Olschki, 2010). Tra i temi più ricorrenti nelle loro lettere: la corsa di Ungaretti al Nobel, i successi teatrali della Fedra di Jean Racine – traduzione, come noto, a cura del medesimo Ungaretti – l’elaborazione dei testi per Les cinq livres, la terza raccolta poetica ungarettiana in francese. Interessante, in appendice, l’idea di pubblicare un radiodramma di Lescure tradotto da Ungaretti. Un’edizione da non perdere, solo in apparenza di nicchia e per specialisti; un’occasione, imperdibile, per entrare nel mondo personale e privato del più grande poeta ermetico italiano.
Davide Arecco

