Pubblicato da Andrea Sisti il 10 Marzo 2011 in Arte

Meglio poeta che borghese. Degas in mostra a Parigi e un critico d’eccezione

Tutti gli scritti più importanti di Filippo de Pisis sulla storia della pittura e delle arti plastiche ferraresi fra cinque e seicento sono stati inizialmente pubblicati su rivista, per poi, in gran parte, circolare come estratti. Analogo discorso va fatto per gli interventi sul contemporaneo (surrealismo, dadaismo, futurismo, metafisica, de Chirico, Carrà, Spadini…), assolutamente necessari, oggi, in sede critica, per testare la consistenza e l’ampiezza della riflessione depisisiana sulle arti. Negli anni della prima guerra mondiale e in quelli immediatamente successivi va collocata la parte più consistente e feconda di questa intensa produzione, che viene accolta sia dai periodici di Ferrara, sia da importanti testate di respiro nazionale, fra le quali «La Diana», «La Bibliofilia», «Le Pagine» (animata da Nicola Moscardelli, che aveva tentato di promuovere gli scritti di de Pisis presso Tristan Tzara), «Avanscoperta», «Yoga» (fondata a Fiume da Comisso e in stretto dialogo con l’avanguardia metafisica), «Valori Plastici», «La Riviera Ligure» di Mario Novaro. Con gli anni trenta, i contributi di de Pisis si estenderanno a testate di maggiore diffusione, permettendo di consolidare l’immagine dell’artista completo, capace non solo di “fare” arte, ma anche di definire un palinsensto teorico complementare alla pratica dell’artista visivo. Inoltre, emerge gradualmente il profilo di un intellettuale antiaccademico, eclettico e brillante, chiamato a intervenire con autorevolezza, acume e sensibilità, su questioni artistiche di interesse generale (se non proprio di attualità), a vantaggio di un pubblico più ampio. Porterò qui un piccolo esempio.

De Pisis/Degas

Nel marzo 1937, de Pisis visita la bella mostra che l’Orangerie di Parigi dedica a Degas. La recensione che ne scaturisce non si limita a fotografare l’evento, né si appunta su questioni di ordine espositivo che avrebbero suscitato ben poca curiosità nel pubblico, ma riflette ad ampio raggio sull’arte di Degas, condividendo con il lettore il gusto di una critica piacevolmente priva di rigore, profonda e coinvolgente, come può esserla quella esercitata dall’autentico conoscitore. Degas – afferma de Pisis – rispondeva al tipo dell’artista che la mentalità borghese del tardo ottocento aveva generato e che i borghesi parigini amavano vedere in casa loro. La sua pittura possiede una certa brutalità verista, che, tuttavia, è ampiamente compensata «dal carattere di solidità del disegno, nel senso più comune, da una specie di residuo se non proprio di cattivo gusto, certo di banalità e di simpatia ai modi pompieristici e alle grazie ottocentesche». In Degas coesistono due atteggiamenti, esiti, fondamentalmente, di un compromesso: da un lato, c’è la compiacenza «verso modi che inquinano l’arte di contemporanei che pur furono dotati (tipo Roybet o Bonnat, o Puvis de Chavarnes [sic])»; dall’altro, vi sono «accenti squisiti di vera poesia, vigore, irrequietezza, ricerca del prezioso e del raro (specie nella composizione)», tanto «da avvicinarlo al canto di Corot, al “drammatico” (nel senso migliore), di Courbet, alla forza scontrosa di Delacroix e alla magica racinienne clarté di Ingres». De Pisis critica la «pesantezza nel tratto» che caratterizza buona parte della produzione grafica e che deprime la vivacità espressiva del segno, recuperata solo tardivamente: «Spesso i suoi disegni e talora i suoi quadri sentono troppo o la luce piovente dall’alto e il tanfo dell’atelier e tutte le miscerie dell’artiste-peintre o una sorta di schiavitù del vero (quei professori di ballo in giacchetta di alpagas e occhiali, quei maîtres parrucchieri e callisti con scatolette di necessaires) che si riscatta solo a forza di talento pittorico, ma guai se il colore diventa sordo e nero, guai se il genio non sostiene l’artista in un felice taglio». Meglio il pastello, che rende il tutto più fresco e trasparente, anche se è meno agile e moderno, meno “impressionista” dell’irraggiungibile Manet. Dove trovare, allora, il miglior Degas? Senz’altro, laddove emergono naturalezza, spontaneità, desiderio, sensualità, ambiguità. È inevitabile percepire la scioltezza con la quale de Pisis spoglia Degas, liberandolo dai compromessi della cultura borghese e incitandolo ad afferrare quella poesia dei sensi che rappresenta la qualità intrinseca, profonda, di una vera opera d’arte: «Certo che quando in Degas alle solide doti del pittore si aggiunge un po’ di mistero e di sogno, quando egli trasporta le sue ballerine, studiate con un realismo accanito, fuori dalle quinte in ridotti, dove le ombre e le luci creano paesi fantasiosi (una gonna spumeggiante e una linea orizzontale azzurra o un tono caldo del piancito ci faranno pensare davvero alla spiaggia e al mare) quando il pittore saprà circondare una delle sue creature predilette di un’aria vibrante di voluttà (la bionda taciturna, la bruna grisette che sente adorata la sua livida carne scoperta e posata “à cinquante sous a l’heure” diventano una specie di Ofelia, una cara sognatrice negletta) quando in Degas il borghese mette a nudo la sua anima di poeta abbiamo dei capolavori».

Bibliografia di riferimento

Filippo de Pisis, Una mostra di Degas, in «Meridiano di Roma», II, 14, 4 aprile 1937, p. 5. Filippo de Pisis, Prose, Ferrara, A. Taddei & Figli editori, 1920; «Valori Plastici» 1918-22, Torino, Einaudi, 1981; Filippo de Pisis pubblicista. Le collaborazioni ai giornali ferraresi (1915-1927), a cura di Lucio Scardino, Ferrara, Liberty House, 1997; Valori Plastici, Milano, Skira, 1998; Andrea Sisti, Londra di de Pisis, con una nota di Franco Arato, Novi Ligure, Città del silenzio, 2009.

Andrea Sisti (andrea.sisti@cittadelsilenzio.it)