Pubblicato da Andrea Sisti il 5 Settembre 2009 in Arte

Genet e Giacometti. La segreta regalità della solitudine

Picasso lo riteneva il più bel saggio d’arte che avesse mai letto. È facile comprendere le ragioni di tanto entusiasmo, perché L’atelier di Alberto Giacometti – uscito per la prima volta nel giugno 1957, anno della messa in scena londinese del Balcon, sulla storica rivista di Maeght Derrière le miroir – è un’opera davvero sorprendente, un piccolo capolavoro di intensità e lucidità, edificato su una struttura breve e sincopata, che incalza il lettore e lo costringe ad affrontare l’indicibile scandalo del modellato, l’implacabile verità del bronzo. La metrica della solitudine, che ritma il testo, armonizzandosi perfettamente con l’esperienza artistica e umana di Giacometti, affiora fin dalle prime righe, che Genet riserva al processo di riconoscimento e denudamento che ogni creatura dovrebbe compiere e che le statue dello scultore svizzero emblematizzano: occorre “sbarazzarsi” del visibile per avventurarsi oltre il misurabile, oltre l’apparenza della realtà. «Ai miei occhi l’opera di Giacometti rende il nostro universo ancora più insopportabile: sembra infatti che questo artista abbia saputo rimuovere il velo che offuscava il suo sguardo per additare ciò che resterà dell’uomo quando ogni apparenza fallace sarà caduta» (1). L’arte di Giacometti trasmette il senso di quella profonda ferita che genera la bellezza, veicola la forza di una solitudine “regale” che, per Genet, è «incomunicabilità profonda e insieme consapevolezza più o meno oscura di una intaccabile singolarità». Il mistero della solitudine, in fondo, si risolve nel mistero dell’eternità, che permea ogni “oggetto” presente nell’atelier. Oggetti che sono solo ciò che sono, “soli a esistere”.

1. J. GENET, L’atelier di Alberto Giacometti, in Il funambolo e altri scritti, a cura di Giorgio Pinotti, Milano, Adelphi, 1997.